Egli è altresì scritto…

Blog di Nicola Iannazzo

● Felice Antonio Loria, presidente delle ADI, e l’adire alle vie legali contro altri fratelli

Felice Antonio Loria, presidente delle ADI, durante il XXI Convegno Pastorale delle ADI, tenutosi a Paestum (SA) nel 2010, ha affermato quanto segue: ‘Bisogna, cari fratelli nel ministerio, che la smettiamo di curarci soltanto l’orticello nostro. Va bene? Purtroppo è un handicap che regna nella nostra opera, ognuno si cura il proprio orticello, e questo non è possibile, perchè quando è nata questa opera non è nata con questo intento, non è nata con questo intento. Ogni tanto togliete, allungate lo sguardo, siate lungimiranti. Viene la comunità locale? Giusto, c’è la comunità nazionale. Beati quelli che si adoperano per la pace, perchè saranno chiamati figli di Dio.

E sappiano gli spiritualoidi che stanno in giro e qualcuno a volte c’è pure nel mezzo di noi, che noi prima di adire le vie legali, abbiamo cercato e stiamo cercando le vie della pace. Va bene? E’ chiaro?

Stiamo cercando le vie della pace, le stiamo cercando con lagrime, con tempo, con viaggi, rischiando la vita, non siamo dei guerrafondai, Gesù non ci ha insegnato così!’

XXI Convegno Pastorale – Paestum (SA) Studio Biblico n. 3 – 30/04/2010 “Collaboratori nella comunione”, dal min. 23:24 al min. 25:20 di questo video tratto da qua http://tube.griv.it/player.php?fid=151 (ULTIM’ORA – Il video in questione è stato rimosso o fatto rimuovere dalle ADI).

Dunque, coloro che sono contrari ad adire alle vie legali contro altri fratelli, anche quando si tratta di salvaguardare gli interessi dell’Opera, o come la chiama Loria ‘la comunità nazionale’, che è costituita dalle Assemblee di Dio in Italia, sono chiamati dal presidente delle ADI ‘spiritualoidi’, che naturalmente è un soprannome che lui dà a costoro per biasimarli, e non per elogiarli (e questo si capisce anche dal tono di voce adirato e minaccioso da lui usato quando li ha chiamati così). Infatti il suffisso ‘òide’ in numerose parole composte, indica somiglianza, analogia, affinità d’aspetto, di natura, o forma attenuante, rispetto a quanto indicato dal termine cui è aggiunto, talora con valore spregiativo, e questo è il nostro caso.

Ora, siccome che mi sento, assieme ad altri fratelli, tirato in ballo perchè noi pubblicamente abbiamo riprovato il fatto che le ADI in alcune circostanze siano ricorse alle vie legali contro altri fratelli per difendere come dicono loro il bene comune; e lui si rivolge agli ‘spiritualoidi che stanno in giro’ (sia quindi fuori dalle ADI che al suo interno), mi sento di dire a Felice Antonio Loria quanto segue:

‘Fermo restando che il vostro sforzo di cercare di risolvere delle dispute con altri fratelli in maniera pacifica è da lodare, certamente non è da lodare il fatto che poi li avete comunque portati davanti ad un tribunale di increduli per ottenere giustizia, perchè questo è condannato dalla Parola di Dio. Non hai mai letto quello che dice l’apostolo Paolo ai santi di Corinto in merito a coloro che – quando avevano delle dispute su cose di questa vita con altri fratelli – portavano altri fratelli dinnanzi agli infedeli anzichè dinnanzi ai santi? Ascolta le sue parole:

Ardisce alcun di voi, quando ha una lite con un altro, chiamarlo in giudizio dinanzi agli ingiusti anziché dinanzi ai santi? Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo? E se il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di giudicar delle cose minime? Non sapete voi che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare delle cose di questa vita! Quando dunque avete da giudicar di cose di questa vita, costituitene giudici quelli che sono i meno stimati nella chiesa. Io dico questo per farvi vergogna. Così non v’è egli tra voi neppure un savio che sia capace di pronunziare un giudizio fra un fratello e l’altro? Ma il fratello processa il fratello, e lo fa dinanzi agl’infedeli. Certo è già in ogni modo un vostro difetto l’aver fra voi dei processi. Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno? Invece, siete voi che fate torto e danno; e ciò a dei fratelli. Non sapete voi che gli ingiusti non erederanno il regno di Dio? Non v’illudete; né i fornicatori, né gl’idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né gli oltraggiatori, né i rapaci erederanno il regno di Dio” (1 Corinzi 6:1-10).

Non è abbastanza chiaro l’apostolo Paolo? Tu mi dirai: ‘Ma Paolo non dice che è peccato, piuttosto dice che non è un onore per i santi, ma è una vergogna’.

Al che ti rispondo che sbagli grandemente, e te lo dimostro mediante le Scritture.

Noi sappiamo che il peccato è la violazione della legge (cfr. 1 Giovanni 3:4), per cui quando un comportamento va contro uno dei comandamenti di Dio quel comportamento è peccato agli occhi di Dio.

Che cosa facevano quei credenti di Corinto, nel portare altri fratelli dinnanzi ai tribunali degli infedeli? Facevano un torto ad altri fratelli, infatti Paolo dice: “Invece, siete voi che fate torto e danno; e ciò a dei fratelli”. Si trasgredisce un comandamento di Dio facendo un torto ai fratelli? Sì, lo si trasgredisce.

Perché Gesù, quando quel ricco gli chiese cosa doveva fare per ereditare la vita eterna, gli rispose:

“Tu sai i comandamenti: Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dir falsa testimonianza; non far torto ad alcuno; onora tuo padre e tua madre” (Marco 10:19).

Ora, come puoi vedere, quello di ‘non far torto ad alcuno’, Gesù Cristo lo ha citato come un comandamento divino, al pari di quello di non uccidere, di non commettere adulterio, di non rubare, di non dire falsa testimonianza, e di onorare padre e madre. E dunque, dato che nel portare altri fratelli dinnanzi ai tribunali degli infedeli si fa loro un torto, il comportamento è peccato.

Ma poi come si può dire che Paolo non dice che è peccato portare davanti al giudice altri fratelli, quando dice: “Non sapete voi che gli ingiusti non erederanno il regno di Dio?”, e gli ingiusti in questione sono coloro che fanno torto e danno ai fratelli nel portarli davanti ai tribunali degli infedeli? Dovresti proprio spiegarlo alla fratellanza!

Dunque, io ti esorto ad abbandonare questo vostro modo di agire nelle dispute con altri fratelli, che non è assolutamente sano, in quanto contrasta la verità che è in Cristo Gesù e porta grande discredito alla via della verità. E ti dico pure questo: ‘Ricordati che è meglio subire torti dagli altri – anche se questi sono dei fratelli – che fargliene!’ Ecco perchè Paolo domanda ai santi di Corinto: “Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno?” e subito dopo gli dice: “Invece, siete voi che fate torto e danno; e ciò a dei fratelli”.

Concludo dicendoti questo: Sappi che Dio vi ha dato del tempo per ravvedervi, quindi non indurate la vostra cervice ma sottomettetevi alla Sua Parola. Non avete intenzione di ravvedervi? Peggio per voi, porterete la pena della vostra ostinatezza. Quanto a me, sono netto del vostro sangue, perchè non mi sono tratto indietro di avvertirvi ed ammonirvi da parte di Dio.

Chi ha orecchi da udire, oda.

Giacinto Butindaro

Tratto da: http://giacintobutindaro.org/2011/03/22/felice-antonio-loria-presidente-delle-adi-e-ladire-alle-vie-legali-contro-altri-fratelli/

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25 marzo 2011 - Posted by | ADI, ADI (Assemblee di Dio in Italia), Assemblee di Dio, Felice Antonio Loria, Processo, spiritualoidi, Tribunali, Vie legali

1 commento »

  1. “Dicono e non fanno”

    vorrei sottoporre alla vostra attenzione un articolo di Francesco Toppi dal titolo ‘A quale tribunale ricorrere?’ apparso nel Maggio del 2006 su Risveglio Pentecostale, in quanto esso condanna esplicitamente il ricorrere ai tribunali dei pagani per risolvere le dispute tra Cristiani:

    ‘Con un linguaggio facile da capire,una parafrasi moderna di 1 Corinzi 6:1 dice: “Come mai, quando tra voi c’è qualche questione, ricorrete alla legge e chiedete al tribunale dei pagani di decidere sul da farsi, invece di presentare la questione ad altri cristiani, perché decidano chi di voi ha ragione?” (I Corinzi 6:1 – The Living Bible). In realtà lo Spirito Santo guidò l’apostolo a richiamare i credenti di Corinto su un soggetto che se trascurato, avrebbe disonorato la buona testimonianza cristiana. L’argomento è sviluppato con dovizia di particolari perché, secondo l’insegnamento della Scrittura, ricorrere ad un processo per una controversia è una manifestazione di cupidigia, cioè nasconde il desiderio di non perdere i benefici e i diritti acquisiti, rappresenta il tentativo di forzare altri a fare quanto si crede giusto. Questa forma di cupidigia è paragonata, in modo inatteso e quasi incomprensibile, alla dissolutezza, con cui si conclude il passo nei versetti 10 e 11. I primi undici versetti del capitolo 6 della Prima Epistola ai Corinzi si possono suddividere in base a tre affermazioni: – RICORRERE AI TRIBUNALI È STOLTO – “…qualcuno di voi… ha il coraggio di chiamarlo in giudizio…” ( I Corinzi 6:1). L’audacia di cui si parla è, in realtà, un atto oltraggioso per gli altri, in quanto chi la esercita non si rende conto del danno che può creare agli altri. Infatti, la Scrittura ritiene che chi compie tali atti non conosce due fatti importanti che sono espressi con altrettante domande retoriche: “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?… Non sapete che giudicheremo gli angeli?” (I Corinzi 6:2-3). I due giudizi si riferiscono al fatto che nell’eternità i redenti dal prezioso sangue di Gesù metteranno a disagio sia gli increduli sia gli angeli decaduti. Gli increduli, in particolare, in quanto non si sono avvalsi delle opportunità di grazia loro offerte. Non è quindi stolto ricorrere alla legge umana per decidere? – RICORRERE AI TRIBUNALI È RIPROVEVOLE – Chiedere il verdetto della legge umana, che beninteso va sempre rispettata, vuol dire, come cristiani, dimenticare di essere sottoposti ad un codice spirituale superiore: “Quando, dunque avete da giudicare su cose di questa vita, costituite come giudici persone che nella chiesa non sono tenute in alcuna considerazione” (I Corinzi 6:4). L’Apostolo afferma che perfino i credenti non molto preparati conoscono abbastanza per valutare un caso secondo giustizia, in quanto condotti dallo Spirito di Dio. Quante volte, proprio dai cristiani più semplici ed illetterati, abbiamo ricevuto lezioni spirituali di comportamento cristiano! La comunità cristiana non è soltanto un luogo dove ci si raduna saltuariamente per ascoltare un sermone, è la famiglia di Dio dove possiamo aiutarci a vicenda. Di nuovo, Paolo richiama l’attenzione dei Corinzi con una domanda retorica: “È possibile che non vi sia tra voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l’altro?” (I Corinzi 6:5). Tra le righe, il problema sembra essere costituito dal fatto che chi aveva chiamato in giudizio l’altro, non aveva accettato il consiglio che qualche cristiano gli aveva dato, ed ecco quindi che è scritto: “Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno? Invece siete voi a fare torto e danno; e per giunta a dei fratelli” (I Corinzi 6:7, 8). Il “torto e il danno” è prodotto, in pratica, a carico della testimonianza cristiana nella società, perché i cristiani debbono dimostrare uno stile di vita differente dinnanzi al mondo! – IL PROBLEMA È SPIRITUALE – I versetti da 9 a 11 mettono in evidenza la radice del problema, vale a dire la mancanza di spiritualità. Il cristiano veramente spirituale non reagisce come tutti gli altri individui. Ha imparato da Gesù, Colui che “oltraggiato, non rendeva gli oltraggi, soffrendo non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente” (I Pietro 2:23). I cristiani debbono ritrarsi da ogni forma di iniquità, perché è scritto: “Si ritragga dall’iniquità chiunque pronuncia il nome del Signore” (II Timoteo 2:19). L’elenco dei peccati descritto nei versetti 9 e 10 ricorda che per il Signore ogni iniquità è peccato. Come credenti fedeli al Signore non vogliamo mai dimenticare che siamo stati “lavati… santificati… giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio” (I Corinzi 6:11), per appartenere interamente al Signore e seguirLo in “novità di vita”, pronti unicamente ad innalzare il nome Suo santo e la Sua Chiesa, alla quale apparteniamo per grazia’

    (Tratto da: Risveglio Pentecostale, Maggio 2006, Numero 5 – Anno LX, pag. 3-4).

    Commento di nicola iannazzo | 26 marzo 2011


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